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© Nanabozho (il Coniglio Magno)
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Ogni diritto riservato Una
versione abbreviata di quel testo è parsa in Tricycle
Magazine (numero di maggio 1998)..
"I guerrieri che sacrificano la propria vita per l'imperatore non moriranno. Viveranno eternamente. In verità, gli si dovrebbe chiamare dei e buddha per chi non c'è ne vita ne morte. Laddove c'è lealta assoluta, non c'è ne vita ne morte." (Tenente-Colonello Sugimoto Goro) "Dall'era
Meiji, la nostra scuola [Sôtô] ha cooperato
àlla condotta della guerra." Idee di "guerre sante" e di religioni occidentali ci vengono a mente. Il dio dell'Esodo ordina l'esterminazione dei Canaaniti, istruendo al suo popolo eletto di "non dimostrargli pietà alcuna". Il commandamento "Non ucciderai" non si applicava al massacro dei Gentili. Nel 1095, papa Urbano II ordinava ai crociati che partivano per Gerusalemme di "uccidere tutti gli nemici d'Iddio". In due giorni, i soldati cristiani massacrarono 40 000 mussulmani che erano nient'altro che "lordura" inumana. "Che maravigliosa visione", riporta uno dei crociati, "pile di teste, di mani, e di piedi. Era un giusto e splendido giudizio d'Iddio che quel posto fosse coperto del sangue degli infedeli." Ed oggi, terroristi islamici proclamano che "Dio è grande" quando bombe esplodono nel Medio Oriente. D'altro canto, si è sempre voluto dipingere il Buddhismo come la religione della pace. "Non c'è mai stato una guerra buddhista", ho spesso sentito dire da anni. Quando il regno dei Sakya si trovò sotto della minaccia di un' invasione, il Buddha si sedette in meditazione sul camino dei soldati, così fermando il loro attacco. Quando l'imperatore indiano Açoka si convertì al Buddhismo, mise fine alle sue spedizioni militari e eresse pilastri della pace. Quando il Dharma arrivò in Tibet, si dice che le tribù barbare furono pacificate. Durante la guerra del Vietnam, monaci buddhisti si offrirono in rogo per protestare contro i combattimenti. Ed ora, ecco che un nuovo saggio sta per radicalmente scuotere questa visione del Buddhismo. Lo Zen in Guerra (Zen at War) è un libro coraggioso e molto bene documentato di Brian Victoria, un bonzo occidentale Zen Sötô che insegna all'Università di Auckland (in Nuova Zelanda). Victoria rivela la storia interna della collusione delle istituzioni dello Zen giapponese colla macchina di guerra imperiale, dalla fine dell Ottocento sino alla fine della Seconda Guerra mondiale. raconta in dettaglio come maestri Zen eminenti hanno pervertito gl'insegnamenti buddhisti per incorraggiare l'ubbidienza cieca, l'omicidio irresponsabile e la devozione totale all'Imperatore. Le conseguenze ne furono catastrofiche e si può ancora oggi sentirne l'impatto. La maggioranza dei buddhisti occidentali troveranno distrubante per il cuore e la mente questo esposto. Maestri Zen illuminati che d'impegnano a favore della guerra, ecco che contradice tutto quel che conosciamo degl'insegnamenti del Buddha. Dopo della Guerra, la tradizione Zen giapponese, quanto tutta la nazione stessa, si rifugiarono in un'annesia collettiva sulla sua complicità nella guerra. Dimodoché, più di cinquant'anni di storia del Buddhismo sono stati occultati dalla sceneggiatura pubblica e persino ai Giapponesi stessi. Cominciano soltanto adessa ad affrontare il passato.
Lo Zen in Guerra non sarebbe potuto esser stato scritto in Giappone. Per scoprire i fatti, ci voleva qualcuno esterno al mondo giapponese della lealtà, che possa frugare e fare domande disturbanti. C'è chi a insistito presso Victoria per che non scriva questo libro. Un bonzo cinese ha insinuato che il Dharma ne potrebbe venir diffamato. Ma, così come lo fa giustamente notare Victoria, la verità non è mai diffamazione. Lo Zen in Guerra è un contributo maggiore alla comprensione dello Zen contemporaneo, una lettura necessaria per ogni studente serio del Dharma. Sarà forse il libro di storia buddhista più importante del decennio. Coll'affrontare quel che Robert Aitken Rôshi ha chiamato "il lato scuro della nostra eredità", stiamo mettendo i piedi su di un terreno complessissimo. Dobbiamo prima di tutto capire il contesto storico e culturale. Bisogna in poi il corraggio di studiare le numerose questioni disturbanti e difficile che solleva questa storia. Sarebbe molto facile lasciarla da parte col vederci un'aberrazione giapponese dovuta ai tempi di guerra, che sarebbe passata e non si riprodurrebbe più. Questo sarebbe sbagliato. Lì, c'è molto da imparare, e che potrebbe avere profonde ripercussioni sopra lo sviluppo del nostro Sangha buddhista occidentale. Prima di tutto, un pò di storia. Il Buddhismo è diventato religione di stato in Giappone all'epoca Tokugawa (1600-1868). Quasi mezzo millione di tempî furono costruiti. Il sacerdozio buddhista diventò lo strumento del governo feodale. Ogni casa doveva esser affiliata ad un tempio locale. Tale opulenzia e potere non furono senza pericolo. Agli inizî dell'era Meiji (che ebbe inizio nel 1868), un ampio risentimento popolare anti-buddhista andava crescendo. Una campagna nazionale per eradicare questa "religione straniera" dal Giappone e reinstallare il Shintoismo come unica vera tradizione giapponese ebbe inizio. Migliai di tempî furono chiusi l'uno dopo l'altro, statue furono distrutte ed i bonzi costretti a tornare alla vita laica. L'unico modo ch'ebbe il Buddhismo istituzionale per sopravivvere fu l'integrarsi al nuovo sistema imperiale. A secondo Victoria, sotto la bandiera dello Shinto, l'Imperatore era venerato come dio vivo -- "la saggezza senza ego dell'universo". La legge imperiale ed il Dharma furono considerati come identici -- "Zen della Via imperiale" per opposizione allo "Zen della Via del Buddha". Particolarmente, l'Imperatore sostituiva il Buddha e la lealtà, lo spirito giapponese sostituiva il Dharma, e la nazione sostituiva il Sangha. Gl'insegnamenti Zen furono adattati per conformarsi alla nuova tradizione. Un famoso "soldato zen" scrisse : "Non cercando niente, dovete soltanto rigettare completamente corpo e mente e fare solo uno coll'Imperatore". Agl'inizî del Novecento, il Giappone usciva da parecchi secoli d'isolamento. Di un certo modo, questo spirito della guerra cominciò nel 1894 colla guerra sino-giapponese, colle vittorie giapponesi in Cina ed in Corea, poi coi successi ulteriori della guerra russo-giapponese (1904-1905). L'orgoglio nazionale del Giappone ne fû infatuato. Cercò di diventare una "Nazione di prima Classe", -- una potenza mondiale moderna che potesse scontrare l'espansione coloniale occidentale e creare il suo proprio impero in Oriente. L'isolazione di questa nazione insulare ha generato un'onnipresente arroganza. Il Giappone si concepiva quanto divino, razialmente e culturalmente superiore, "senza difetti" e "l'unica nazione buddhista". I non-giapponesi erano chiamati "jama-gedo", cioè pagani ribelli. Il Giappone stava "salvando l'Asia" e spargendo il puro spirito giapponese, il "Yamato damashii", che prendeva proporzioni cosmiche. Lo Zen giapponese, e particolarmente il lignaggio Rinzai, è stato da molto tempo associato alla coltura dei samurai ed al bushidô, la Via della Sciabola. Per centinaia di anni, maestri Zen hanno allenato samurai alla meditazione, insegnadogli la concentrazione ed il potere della volontà. Lo Zen gli aiutava ad affrontare l'adversità e la morte senza esitazione, ad essere totalmente leali ed a agire senza pensare. Per dirlo senza dissimulazione, il bushidô era un modo spirituale di uccidere, penetrato di filosofia Zen. La spada è sempre stata un simbolo buddhista per tagliare attraverso delle illusioni, ma col bushidô, questi fu preso alla lettera, passando dalla metafora alla realtà concreta. La spada diventò un oggetto di venerazione e di ossessione, idealizzato e adorato. Agl'inizî del secolo, il bushidô impregnava il Giappone, nella "samuraizzazione della nazione". Si diffuse quindi dai paesi feodali ed i tempî locali sino ai campi di battaglia di Manciuria e più tardi di Guam e di Pearl Harbour. Victoria acciuffa Shaku Soen (1859-1919) quanto uno dei primi maestri Zen a fare con entusiasmo della guerra una pratica Zen. Conosciutissimo per esser stato il maestro di D. T. Suzuki, Soen è rispettato nella storia del Buddhismo in Occidente per esser stato il primo maestro Zen ad andare nei Stati Uniti. Durante la guerra contro la Russia, fu cappellano nel 1904. "Desideravo ispirare", scrisse più tardi, "ai nostri valorosi soldati i nobili pensieri del Buddha, affinché rendegli capaci di morire sul campo di batttaglia colla certezza che il compito nello quale sono impegnati è grande e nobile. Volevo convincergli ... che questa guerra non era un semplice massacro dei loro fratelli umani, ma che stavano combattendo contro di un male". Dal punto di vista di Soen, siccome tutto è solo di un'unica essenza, la guerra e la pace sono identiche. Tutto rifleta la gloria del Buddha, inclusa la guerra. E, visto che il disegno principale del Buddha era di sottomettere il male, che i nemici del Giappone erano intrinsecamente cattivi, la guerra contre del male era quindi l'essenza del Buddhismo. "In queste ostilità", scriveva Soen, "nelle quali il Giappone è entrato solo con grande reticenza, questi non prosegue alcuno scopo egoista, ma tenta di sottomettere mali opposti alla civilizzazione, alla pace ed al risveglio." (Il Giappone non era affatto reticente ed anzi totalement interessato in quest'invasione della Russia). Per Soen, la guerra era "una tappa necessaria verso la realizzazione finale del Risveglio". Soen usava espressioni tali quali "guerra giusta" e "guerra santa". Il Giappone era impegnato in una "guerra di compassione" fatta da soldati-bodhisattva che combattevano i nemici del Buddha. Così che lo predicava il maestro Rinzai Zen Nantembo (1839-1925), non c'era "una pratica di bodhisattva superiore al fatto di prendere una vita in modo compassionato".(Soen considerava che ogni opposizione alla guerra era un "prodotto dell'egoismo"). Al leggerlo oggi, queste parole sembrano indicare chiaramente cos'è un pensiero religioso sregolato. Gl'insegnamenti, il linguaggio ed i simboli buddhisti, come del resto per ogni altra religione, possono venir perversi e sfigurati a fine di promuovere il nazionalismo e la violenza. E' importante notare che Soen non era un qualsiasi picchiatello marginale. E' tutt'oggi venerato in Giappone quanto l'uno dei più grandi maestri "completamente illuminati" dei nostri tempi. Shodo Harada Rôshi è un maestro Rinzai e l'abbate del Sogenji, il più grande tempio Zen del Giappone occidentale, in Okinawa. Ha devoto la sua vita a insegnare lo Zen tradizionale agli occidentali. Siccome il suo zendô riceve donne così come uomini, è considerato un marginale. La presenza di donne disqualifica il suo tempio per l'emissione di certificati formali di ordinazione. Non è visibilmente interessato a far parte del sistema ufficilae e vuole fra poco trasferire la sua communità sull'isola di Whidby, presso Seattle. Beviamo un té amaro, una fredda mattinata di marzo, a discutere dello Zen e della sua storia durante la guerra. E' stato un grande problema per lui. Il suo maestro, Yamada Mumon (1900-1988), fu abbate del Myôshinji, la grande sede del Rinzai. Il maestro di Mumon fu Seki Seisetsu (1877-1945), un altamente rispettato maestro Zen e campione della guerra. Seisetsu ha scritto un libro per la promozione dello Zen e del Bushidô. Appena prima dalla caduta di Nankin, Seisetsu è passato alla radio nazionale per dire che: "Il mostrare la massima lealtà all'Imperatore è uguale all'impegno nella pratica del Buddhismo Mahayana. Poiché il Buddhismo Mahayana è identico colla legge del Sovrano". Richiese poi "l'esterminazione dei demoni rossi" (i communisti) nel Giappone ed in Cina. Seisetsu ha portato il suo messaggio sui campi di battaglia, col visitare il fronte cinese nel 1938. Durante tutti questi anni di guerra, Mumon ha servito il suo maestro, accompagnandolo durante le sue visite all'esercito e preparando i suoi scritti. Dopo della guerra e la morte di Seisetsu, Mumon si è messo a esprimere rimpianti per la sua partecipazione alla guerra. "Mi disse che niente di quanto potrebbe fare potrebbe mai compensare questa complicità", dice Harada."Dappertutto dove andava, parlava della pace. Ha viaggiato i numerosi posti dove il Giappone ha causato sofferenze --Guam, Borneo, le Filippine, --per parlarci della pace." Mumon non ha mai criticato il suo maestro, Seisetsu, ma considerava il suo pentimento come una campagna personale a favore della pace. Harada che è cresciuto dopo della guerra, vede tutto il suo lignaggio Zen nell'ombra di quel tradimento dei principi fondamentali del Buddhismo. Conviene della necessità di esaminare in dettaglio la complicità dello Zen nella guerra, perché, seno, non avremo niente appreso, e le cause fondamentali riappariranno. E' diretto e onesto. Benche voglia spiegare il contesto storico, non si scusa per quanto avenne. Gli pare che siano i grandi tempi a dover condurre quest'affare, ma posso dire al tono della sua voce che non pensa che avverrà mai. Instancabilmente, ridice : "E' un grande problema, un grosso problema." Victoria identifica Sawaki Kôdô (1880-1965), uno dei grandi patriarchi Zen di questo secolo, quanto propagandista evangelico della guerra. Servendo come soldato in Russia, riportava allegramente come lui ed i suoi camerati si erano "deliziati coll'ammazzare gente". Più tardi, nel 1942, scriveva : "E' giusto punire quelli che turbano l'ordine pubblico. Che si uccida, o che non si uccida, il precetto che vieta di uccidere (viene protetto). E' il precetto che vieta di uccidere che regge la spada. E' lo stesso precetto che sgancia la bomba". Il "precetto sgancia la bomba"? Ecco uno stupefacente abuso di linguaggio Zen. Kôdô difendeva pure, come ne fecero altrettanto altri maestri Zen, che se si uccide senza pensare, in un tale stato di non-pensiero o di non-ego, quell'atto è quindi un' espressione del Risveglio. Niente pensiero= niente mente= niente ego= niente karma. In questa bizarra equazione, le vittime sono pur sempre dimenticate, come se fossero fuori proposito. Uccidere è soltanto l'espressione elegante di un kôan. Quando il colonello Aizama Saburo fu giudicato per aver ucciso un' altro generale, nel 1935, testimonì : "Stavo in una sfera assoluta, non c'era ne affermazione, ne negazione, ne bene, ne male". Quest'approccio dello Zen è in fin dei conti un narcisismo perverso, anzi è nihilismo. Ovviamente, la questione che non è mai stata fatta è -- se non c'è ego, perché ci dovrebbe essere il minimo bisogno di uccidere? Victoria rivela le parole stesse di queste guide, cosiché i documenti scritti di quell'epoca. Lo Zen in Guerra contiene dozzine di pagine uguali di maestri importanti, ciò che dimostra che la deformazione era regola, non eccezzione. Ci furono qualche pacifisti, ma poco numerosi. Quache bonzi opposti alla guerra hanno potuto ritirarsi tranquillamente in lontani tempi di campagna, ma propbabilmente non lasciarono tracce alcune. Si dice di Shunryu Suzuki Rôshi ("Mente Zen, Mente nuova"), il fondatore del San Francisco Zen Center, che fu implicato in attività pacifiste durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma, a secondo David Chadwick, che sta scrivendo un libro sulla vita di Suzuki, i documenti sono confusi, ed alla meglio, le sue attività mantennero un profilo basso. Le opere più anziane dello scrittore Zen ben conosciuto D. T. Suzuki riflettevano l'influsso degl'insegnamenti di Soen. (Per essere giusti, nel 1940, Suzuki aveva considerevolmente cambiato tono). nel 1896, agl'inizî della guerra contro della Cina, scrisse : "La religione dovrebbe dapprima cercare di proteggere l'esistenza dello stato". Ugualmente al suo maestro, vedeva nemici del Giappone quanti "pagani ribelli" che bisognava domare e conquistare senza di che "il progresso dell'umanità verrebbe fermato. Nel nome della religione, la nostra nazione non vi ci puede sottoscrivere". Diceva che andare in guerra era una "pratica religiosa". Suzuki utilizzava la lingua poetica per lodare i soldati giapponesi. "I nostri soldati considerano la loro propria vita quanto così leggera come piume di oca, mentre la loro devozione al dovere è così pesante come il monte Taishan (in Cina). Se dovettero morire in combattimento, non avrebbero nessun rimpianto". Questa metafora delle "piume di oca" doveva diventare uno dei punti essenziali dell'indottrinamento militare che insegnava alle reclute ed ai giovani piloti kamikaze (vento divino) che la loro vita individuale non aveva nessun valore e nessun peso. Solo una devozione totale all'Imperatore poteva dare un senso alla loro vita. Suzuki ha anche popolarizzato il concetto tratto dal Bushidô della "spada che da la vita", e che è stata incontestabilmente utilizzato per giustificare il fatto di uccidere. Anni dopo, l'ambasciatore del Giappone utilizzerà questa frase della "spada che da la vita" in un discorso pronunciato nella cancelleria di Hitler a Berlino dopo della firma dell'Asse tripartito, il 27 settembre 1940. Victoria segnala che tutte le sette buddhiste hanno pubblicamente sopportato la guerra, ed anche con entusiasmo. Se non lo avessero fatto, le conseguenze sarebbero state gravi, specialmente in una nazione che mette la lealtà verso del gruppo prima di tutto. Victoria da numerosi esempi. L'apparato del Sôtô quanto quello del RInzai si attivarono a dare un sopporto spirituale all'apparato militare ed ai soldati sul fronte. Numerosi generali ben conosciuti erano allievi privati di rôshi rinommati. Bonzi Zen furono mandati al fronte in quanto cappellani e missionarî. Sojiji, la sede Sötô, organizzo un progetto che mobilitò tutta la scuola a fin di scrivere a mano più di dieci millioni di copie del Sutra del Cuore, certe scritte con sangue, a modo di creare meriti per lo sforzo di guerra. La maggioranza degli allievi Zen sono familiari colla dedica formale dei meriti (ekobun) dopo della recitazione dei sûtra. Le due scuole cambiarono il loro ekobun per pregare per "la continuazione delle vittorie nella guerra santa" et per la "riuscita militare senza fine". La scuola Sôtô collettò denari per due aerei di caccia, appositamente batezzati Sôtô No. 1 e Sôtô No. 2. Per non essere dietro; la sede Rinzai del Myôshinji finanzò tre aerei di caccia per la marina imperiale. Il bodhisattva della Compassione, Kanzeon, fu ufficialmente ribattezzato "Kanzeon Shôgun" e venne invocato per dare una maggiore vittoria nella "guerra santa". (L'equivalente sarebbe di ribatezzare Giesù-Cristo, Giesù Generale).
Kyôto &emdash; Università Hanazono &emdash; Istituto degli Studi Zen. Vedo Masataka Toga, il direttore dell'Istituto etd uno dei successori di Mumon Rôshi.. Hanazono è l'università Rinzai e l'Istituto è ll'ufficio ufficiale per i loro quattordici principali tempî. "L'epoca della guerra", dice Toga, "è tra tutti i soggetti il più penoso. Vorrei non aver mai da pensarci." Per qualche anni, ne ha parlato, ma in un modo discreto e personale. Ha partecipato a qualche conferenze academiche. La scuola Rinzai non ha mai parlato ufficialmente ne pubblicamente delle sue attività di tempo di guerra. Quando discutiamo della maniera cui la scuola Rinzai ne potrebbe discutere più apertamente, entriamo en una specie di scioc culturale. Gli chiedo se ci sarà mai un congresso alle dimensioni della scuola, o articoli scritti a proposito della guerra. Non funziona così nel Rinzai, mi spiega. Ci sono tanti tempî principali che non esiste un approccio unitario ne alcun foro dove discutere di tale un soggetto. Non ci sarà uno scambio aperto. E la guerra è troppo recente, dice, "troppo viva" e "troppo fresca". Sarebbe dispettoso parlare di tali soggetti mentre gli anziani sono tuttora vivi. In ogni caso, dice, tali discussioni avrebbero luogo a livello privato. "Nello Zen giapponese", mi spiega Toga, "è molto importante la lealtà. La lealtà al suo maesztro ed alla tradizione sono ancora più importanti del Buddha e del Dharma." Ciò fa sicché un dibattito sincero sul periodo di guerra è difficile, tanti maestri hanno detto tante cose che potrebbe essere criticabili. Lo ammette, ma dice che se dovette rimettere in questione i loro insegnamenti, dovrebbe lasciare la scuola. Visibilmente, sta a disaggio sul soggetto. Quando menziono una delle citazioni più estremisti del libro di Victoria, dove un maestro dichiarava che uccidere è una pratica buddhista, la rigetta dicendo che "nessuno insegnava questo davvero". Lo lascio con un sentimento di tristezza. Ci sono tante cose che bisognarebbe esaminare, ma questa discussione mi lascia poca speranza. IL Buddha non ha mai insegnato che la lealtà era più importante della verità e della compassione. La lealtà cieca fuori dal zendô può avere e ha avuto risultati disastrosi. Finché questi postulati non verrano rimessi in causa, le radici dello spirito guerriero dello Zen rimarranno vive e in buona salute. La grande guerra del Giappone cominciò nel 1931 coll'invasione della Manciuria. A partire dalla metà degli anni trenta, gli universitari ed abbati Zen si sono impegnati in una campagna intellettuale per giustificare la loro partecipazione alla guerra. Insegnavano che "la guerra di compassione" è una pratica di Bodhisattva ed era di grande beneficio per i nemici del Giappone. Cosùi come lo scrisse un filosofo Sôtô : " Non vi è altra scelta che fare guerre di compassione che danno vita quanto a se stessi che al nemico. Colla guerra di compassione, le nazioni in guerra possono migliorarsi e la guerra può annientare se stessa". Nel frattempo, migloni di Cinesi morivano e le loro città erano decimate. Nel 1937, D.T. Suzuki finiva Zen and Japanese Culture, nello quale scriveva che lo "Zen tratta vita e morte indifferentemente" ed è "una religione che ci insegna a non guardare dietro una volto che si è deciso del proprio corso". Scriveva che lo Zen "non ha ne dottrina ne filosofia specifica. E' quindi estremamente flessibile per adattarsi a quasi qualsiasi filosofia e dottrina morale per tanto che il suo insegnamento intuitivo non venga contrariato". Lo Zen può essere "accoppiato all'anarchismo o al fascismo, al communismo o alla democrazia ... o a qualsiasi dogma politico o economico". Qual è questo "Zen" che descriveva il Suzuki ? Nello "Zen" di Suzuki, non c'è ne insegnamento ne atteggiamento morale chiaro, si accontenta di seguire le circostanze. Per esempio, se ti trovi nella Germania nazista, allora devi diventare un perfetto nazista. Nello "Zen" di Suzuki, una volta che si ha deciso di una direzione, non si torna indietro, anche se è causa di sofferenze o che è idiota. E nello "Zen" suo, uccidere viene trattato con indifferenza, ad ugualianza,se può presumere, dalle sofferenze create. Che strano "Zen" sarà questo, e senza cuore! E' ovvio che questo "Zen" ,non ha nulla a che vedere col Buddhismo Mahayana che insegna compassione e saggezza. Forse dovremmo trovargli un' altro nome? Sosterrei che ci stanno due correnti nello Zen giapponese: non Sôtô e Rinzai, ma uno Zen basato sulla via del Bodhisattva ed un altro basato sulla via del potere della volontà, del non-pensiero e della lealtà -- una via indifferente al benessere altrui ed alla legge del karma.
Mentre scriveva queste parole il Suzuki, le truppe giapponesi marciavano verso l'antica citta di Nanchino. Dovevano effettivamente mettere ad opera la fede nel bushidô zen e "trattare la vita e la morte indifferentemente". Non guardarono indietro. Nel dicembre 1937, l'esercito giapponese prese la città, allora capitale della Reppublica di Cina. Il Giappone stava nel suo sesto anno d'invasione della Cina. Miglioni di gente moriva. Il Giappone aveva già conquistato Pechino, Tien-tsin e Sciangai. Iris Chang, i cui nonni sono fuggiti dalla città appena prima della sua caduta, ha scritto un racconto brillante e spaventoso di quel terribile capitolo della guerra. Il sacco di Nanchino. L'olocausto dimenticato della Seconda Guerra Mondiale, racconta finalmente questa tragedia che numerosi giapponesi negano tuttora esser mai stata. Gl'invasori giapponesi presero il controllo totale della città il 13 dicembre. In sette piccole settimane, si lanciarono in un "orgia di crudeltà raramente o mai uguagliata nella storia del mondo". Assassinarono, stuprarono e torturarono con violenza quasi 350 000 borghesi cinesi. Nel bagno di sangue, più gente morì che in Hiroshima e Nagasaki riunite. Per mesi, la citta fu riempita di mucchi di cadaveri in decomposizione. Quasi 80 000 donne furono stuprate e mutilate, parecchie furono stuprate in gruppo. I soldati sbudellavano le donne. Padri furono forzat i a stuprare le loro figli, figli le loro madri. Tutte specie di torture inumane furono praticate senza rimorso. I bambini e gli anziani non furono risparmiati. Migliai di giovani furono decapitati, bruciati vivi o utilizzati per l'esercizio della baionetta. Erano decenni che i dirigenti giapponesi diabolizzavano i Cinesi come "pagani ribelli" come lo dicevano Soen e Suzuki. Un commandante dichiarava così al suo reparto: "Non dovete considerare i Cinesi come esseri umani, non sono niente, ancora meno importanti dai cani e dai gatti". I Cinesi erano dati per "porci", di "materiale grezzo" od anche di accozzaglia. La barbaria era così estrema che i Nazi presenti furono inorriditi, uno di loro dichiarò che quel massacro era il risultato di un "macchinario bestiale". Chang narra l'aneddoto seguente : A proposito del modo di insegnare alle nuove reclute giapponesi il modo di decapitare i borghesi cinesi, Tominaga Shozo rammentava come il secondo tenente Tanaka istruiva il suo gruppo. "Le teste debbono venir tagliate così", diceva, col sguainare la sua sciabola di ordinanza. Sgottò un pò di acqua in un secchio con un ramaiolo e versò da ambe due le parti della lama. Alzò la sciabola in un lungo arco scuotando l'acqua. In piedi dietro del prigioniero, Tanaka si stabilizzò, gambe ben alargate et tagliò la testa dell'uomo con un grito "Yo!" La testa volò a più di un metro. Il sangue scaturisse dal corpo in due fontane e schizzò nel buco. La scena era cosi orrenda che non potevo respirare. Questo è bushidô in azione : l'omicidio considerato quanto una delle Belle Arti. Si insegna ai soldati la perfetta etichetta della decapitazione -- il modo esatto di pulire l'arma, di bilanciarla, la potente grida virile. Quest'immagine in testa, rileggiamo quel passo che scrisse D.T. Suzuki alla stessa epoca dei massacri di Nanchino : [] l'arte dello schermo distinguisce la spada che uccide dalla spada che da la vita. Quell che viene usata da un tecnico che non può andare più in là dell'uccidere Il caso è totalmente diverso con chi ha l'obbligo di alzare la spada. Per che non è proprio lui che uccide, ma bensì la spada. Non aveva alcun desiderio di far alcun male a nessuno, ma ecco che arriva il nemico che fasse stesso la vittima. E' come se la spada rendesse automaticamente giustizia, che è funzione della compassione lo schermitore si trasforma in un artista del più alto livello, occupato di un lavoro della più pura originalità. Alla luce di Nanchino, il testo di Suzuki risulta grottesco. La giustificazione spirituale dell'omicidio e delle brutalità di massa è incontestabilmente la peggiore delle perversioni immaginabili di una religione. E' davvero deplorabile che lo Zen si possa dare ad una tale glorificazione dei massacri. Si tratta di pornografia, non di arte. Lo stesso, dal punto di vista del Dharma, quell'insegnamento è aberrante a più livelli. Numerosi storici dell'arte hanno avuto difficoltà nel capire la brutalità giapponese in Nanchino. Lo Zen in Guerra fornisce qualche pezzi mancanti interessanti per aiutarci a capire la struttura mentale dei militari giapponesi. Così come lo narra Chang : "Certi soldati giapponesi ammetterono che gli fu facile uccidere poiché a loro era stato insegnato che, dinanzi a quella dell'Imperatore, ogni vita individuale - compresa la loro -- non aveva alcun valore." Il soldato giapponese Azuma Shiro narra che durante i due anni della sua formazione militare, "gli si insegnò che la 'lealtà è più pesante di una montagna, e la nostra vita più leggera di una piuma' ... morire per l'Imperatore era la massima gloria, venir preso vivo dal nemico la onta massima. 'Se la mia vita non è importante, quella del nemico diventava inevitabilmente ancora meno importante ... Questa filosofia ci ha condotto a disprezzare il nemico e, a dovuta scadenza, di massacrarlo in massa e a maltrattare i prigionieri". L'inchiesta pregnante di Chang dimostra le conseguenze reali della filosofia religiosa viziata che ha sostenuto ed incorraggiato la macchina militare giapponese. Per gli studenti dello Zen, negli anni '70, il libro di Philip Kapleau I Tre Pilastri dello Zen era la loro bibbia. I personaggi di quel libro erano il maestro di Kapleau, Hakuun Yasutani Rôshi (1885&endash;1973) ed il suo maestro, Daiun Sogaku Harada Rôshi (1870&endash;1961). Kapleau diceva di Harada : "Ha accoppiato quel che c'era di migliore nel Sôtô ed il Rinzai, e la sua combinazione è un Buddhismo vibrante che è diventato una della grande linee d'insegnamento in Giappone, oggi." Quel che si dimenticò Kapleau nel menzionare, e che probabilmente ignorava, era che Harada fu uno dei più accanniti guerrafondai della sceneggiatura Zen. A secondo Victoria, già nel 1915, insegnava Harada lo "Zen di Guerra". Facendo colla guerra la sua metafora usuale, vedeva tutto l'universo come stando in guerra. "Senza scendere nelle arene della guerra, è impossibile conoscere il Dharma del Buddha. Non si può dimenticare la guerra, fosse un istante", scriveva. Eppure, già dall'inizio degli anni '30, quella di Harada non era più per niente una guerra metaforica. "Lo spirito del Giappone è la grande Via degli dei del Shinto", predicava Harada. "E' l'essenza della Verità. I Giapponesi sono un popolo eletto la cui missione è di controllare il mondo. La spada che uccide è anche la spada che da la vita. Le idee di opposizione alla guerra sono le opinioni idiote di chi è capace di vedere un aspetto solo delle cose, e non la loro totalità!" E' Harada che faceva della lealtà sul campo di battaglia, marciare e sparare "la più allta saggezza del risveglio". Ne parlava come di un "zazen di combattimento, il re della meditazione". Quando iniziò il Giappone a perdere, la sua retorica diventò ancora più estrema. Per prepararsi ad una possibile invasione, Harada chiamò tutta la nazione a voler morire per l'Imperatore. "Se voi vedete il nemico, lo dovete uccidere; dovete destruggere il falso e stabilire il vero -- sono questi i punti essenziali dello Zen. Per di più, si dice che se uccidete qualcuno, è ottimo che vedate il suo sangue." Personalmente, queste sono le parole di Harada che mi risultano più disturbanti. Per anni , ho letto e riletto le sue lettere nei Tre pilastri dello Zen, e vi ho trovato un insegnamento davvero inspirante. Come poteva uno così brillante per una parte, dimostrarsi così senza cuore dall'altra? E' questo lo spirito di un maestro "illuminato" ? A secondo Victoria, Yasutani Rôshi, il principale succesore di Harada, fu un fervido nazionalista di destra, ed anticomunista dopo della guerra. Usando pure una lingua al vetriolo, Yasutani chiedeva che si "schiaciasse una per una" tutte le università e chiamava i sindacati "traditori alla nazione".
Tôkyô, Centro Amministrativo della scuola Zen Sôtô. Un palazzo di sei piani attiguo al Grand Hotel di Tôkyô, ambe due proprietà della scuola Sötô. Coi suoi 15 000 tempî, il Sôtô è tre volte più impiantato dal Rinzai. Nel 1992, la scuola Sôtô a pubblicato una "Dichiarazione di Pentimento" ufficiale. E proprio al momento che stavo arrivando in Giappone, stava pubblicando scuse per le sue attività missionarie durante la guerra nel suo trimestriale di lingua inglese. Diceva l'articolo : []La scuola Zen Sôtô in quanto organizzazione religiosa ha sostenuto atti di agressione dal Giappone in Cina. Sotto il pretesto di cosidette attività missionarie oltre mare, ha sostenuto il militarismo giapponese, e ha anche partecipato attivamente a quel militarismo. Dal punto di vista dei religiosi, questo è estremamente spiacevole. A meno che questa eredità negativa della scuola Sôtô non diventi oggetto di auto-critica, sarà impossibile aprire i nostri cuori verso gli altri popoli in uno spirito di vero scambio. Leggendolo, mi ricordo dell'insegnamento di maestro Dôgen sul pentimento (sange), che viene considerato come la porta d'ingresso nello Zen Sôtô. Prima che una persona prenda i rifugi tradizionali buddhisti, riconosce tutte le sue colpe anteriori causate dall'avidità, l'avversione e l'illusione.
Incontro Lester Yoshinami della Divisione Internazionale, che mi spiega come la direzione Sôtô si è aperta a l'auto esame nel corso di quei ultimi anni. Nel 1980, la scuola ha pubblicato una Storia della Attività Missionarie Oltremare dello Zen Sôtô, un libro di propaganda senza alcun discernimento, che glorificava la sua condotta durante la guerra, ed anche i suoi sforzi per diffondere lo Zen giapponese in Cina ed in Corea. Codetta pubblicazione ha provocato un re-esame alla dimensione della scuola delle sue attività durante la guerra, e tutte le copie in circolazione sono state ritratte. La loro rivista trimestriale è riempita di articoli e di resoconti critici. Ma Yoshinami mi dice che la guerra non è presentemente un soggetto di prima importanza per la scuola Sôtô. Questa si è concentrata sui diritti umani dei buraku, gli intoccabili della società giapponese. Ma c'è una volontà di affrontare la guerra. "Si tratta di una questione d'importanza in Giappone, e non solo per la scuola Zen", dice. "Non vogliamo riconoscere i nostri crimini di guerra." Parla dei diversi modi di allargare il dibattito nel futuro. A differenza del Rinzai, esiste qui uno spirito di auto esame.
Disse il Buddha una volta che capire tutto è perdonare tutto. Quel che è accaduto in Giappone deve esser esaminato nei minimi dettagli, afinché venga ben capito e trasfigurato. Il maestro Zen Hakuin insegnava che : "laddove c'è un questionamento completo, ci sarà un esperienza completa del risveglio." E' cruciale di non vedere tutto ciò solo come un problema politico giapponese. L'apparato dello Zen non si è accontentato di seguire il carro della musica militare, spesso dirigeva l'orchestra. Impostare quel che è accaduto nel constesto della storia e della politica non riduce per niente la responsabilità della tradizione Zen. Nello Zen, c'è quell'immagine antica della palla di ferro incandescente incastrata in gola che non si può ne ingoiare, ne risputare. Per lo Zen giapponese, la guerra è questa palla di ferro. E' un kôan tutto vivo e gigantesco.Non sparirà, neanche quando gli ultimi superstiti saranno morti. Deve venir sinceramente studiato se lo Zen vuole rimanere una tradizione sensata ed autentica. La negazione della verità è la negazione dello risveglio. Questo totale tradimento della compassione non è soltanto accaduto durante la Seconda Guerra mondiale. Per seicento anni, si è vantato un maestro Zen, la scuola Rinzai è stata occupata "al miglioramento del potere militare". Per secoli, lo Zen è stato intimamente mescolato alla via dell'omicidio. Questa è la semplice verità. Naturalmente, sono stati soli pochi tempî e pochi insegnanti ad essercisi mescolati, ma quest'aspetto dello Zen è stato parte integrante della coltura giapponese e ha anche predominato per quasi cent'anni. Infatti, le estremità della guerra hanno visto il pieno fiorire di questo Zen senza cuore che si era sviluppato in Giappone. La spada era reale e miglioni di gente sono morti. Le situazioni più eccessive ci dimostrano le deformazioni intrinseche che esistevano sin dall'inizio. Per numerosi studenti dello Zen, il più difficile sarà di confrontarsi alle frasi ed agli atti di questi stimatissimi maestri Zen. Come possiamo gestire queste contradizioni disarmanti? Quelli erano i Buddha vivi della tradizione Zen, uomini considerati come "completamente svegli", avevano sperimentato il satori, si erano sottomessi ad un allenamento intensivo, avevano ricevuto la trasmissione ufficiale ed i sigilli dell'insegnamento. Numerosi erano tra di loro gl'insegnanti carismatici ed i maestri di kôan. E, nello stesso tempo, gli stessi maestri Zen sono stati asportati dall'illusione nazionalista, hanno perverso gli insegnamenti buddhisti e zen, e hanno dimostrato una totale mancanza di compassione e di saggezza. Hanno partecipato direttamente alla morte di decine di miglioni di persone. Non ci poteva essere un abuso pessimo del Dharma. Tramite quale meccanismo? Non ci si può accontentare di ignorare o di spazzare negligentemente tutto ciò come fosse un problema minore. Ossia codetti maestri non erano "illuminati", ossia il loro "risveglio" non includeva ne compassione ne saggezza. Di che specie di Zen erano maestri? Si ritiene que queste domande non debbano venir fatte, ancor meno esaminate. Se non lo possono essere in Giappone, allora lo faremo qui, in Occidente. Dobbiame porci queste domande anche se è difficile risponderci, o anche se ci danno fastidio. E' davvero troppo importante. E' il nostro kôan della palla di ferro. Quale specie di Zen pratichiamo noi in Occidente? Per troppo tempo ci siamo mostrati piuttosto ingenui e senza molto discernimento. Il Buddha non ha mai insegnato che dobbiamo abbandonare la nostra razionalità e la nostra intelligenza. Per troppo tempo, abbiamo accettato tutti gl'insegnamenti orientali con una venerazione infantile, lasciando le nostre facoltà di riflessione in veglia. Oggi, forse, con queste nuove revelazioni, sarà tempo di onorare di nuovo l'intelligenza ed l'indagine e guardare con maggiore accuratezza la nostra eredità ed il nostro avvenire. Il celebre psicologo Robert Jay Lifton ha detto che la religione poteva esser pericolosa. E' essenziale conoscere le zone di ombra delle tradizioni spirituali che stiamo seguendo. Alla luce dello Zen in Guerra, le ombre possono avere ben grandi conseguenze malvaggie. Le ignoriamo o le negamo ai nostri propri pericoli. Dobbiamo capire il meccanismo del traviamento della Via del Buddha in quest'orrenda forma di Zen senza cuore. Non si tratta di purezza o di ortodossia : si tratta di compassione e di comprensione. Non si tratta di condannare i Giapponesi, ma in quanto membri del medesimo Sangha, di aiutarci mutuamente a svegliarci in modo autentico. Le tradizioni spirituali passano anche per periodi di luce e di ombra, di splendore e di corruzione. Nella storia delle religioni, lo Zen fa davvero parte delle grandi tradizioni. Ma potra sopravivere solo se possiamo sinceramente affrontare i nostri demoni. Brian Victoria ha fatto un grande servizio allo Zen col consacrare tanti anni a questo svelamento. Possa portare le sue frutta.
© 1998, Josh Baran Ogni riproduzione di questo testo è strettamente vietata senza il consentimento scritto dell'autore (jcbaran@aol.com) La versione originale inglese di questo testo ("Zen holy war ?") è disponibile à l'indirizzo che segue : |