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Shôbôgenzô Bodaisatta shishobô di maestro Dôgen  maitre Dogen
45imo
capitolo dello Shôbôgenzô, il "Tesoro dell'Occhio del Vero Dharma".

Quattro elementi delle relazioni sociali di un bodhisattva

Bodaisatta significa "bodhisattva", una persona che cerca la verità buddhista;  shi significa "quattro"; e  shobô significa "elemento delle relazioni sociali". Questi quattro elementi sono dâna, il dono gratuito; priya-âkhyâna, la parola amabile; artha-carya, il comportamento soccorrevole; e samâna-arthathâ, l'identità di obiettivi, ovvero cooperazione. Il Buddhismo attribuisce un grande valore al nostro comportamento reale. E' perciò che il nostro comportamento nelle nostre relazioni mutue è così importante nella vita buddhistica. In questo fascicolo, maestro Dôgen ci insegna che questi quattro comportamenti sono l'essenza stessa della vita buddhistica. Vi ci spiega il senso reale del Buddhismo in termini di relazioni sociali

[71]    Per primo assoluto, c'è il dono gratuito. In seguito viene la parola amabile. Poi il comportamento soccorrevole. In fine, c'è la cooperazione. [1]

[72]     "Dono gratuito" [2] significa non essere avidi. Non essere avidi significa non bramare. E, nel linguaggio quotidiano, non bramare significa non corteggiare (i potenti) per ottenerne favori [3]. Anche se si dirigesse i quattro continenti, se si vuole trasmettere l'insegnamento della verità, ci si deve semplicemente astenersi del tutto dall'essere avidi. Ciò si potrebbe tradurre, ad esempio, col fatto di dare a persone che non conosciamo tesori che ci si apprestava a buttar via. Quando noi offriamo al Tathâgata fiori venuti da lontane montagne, e quando diamo tesori accumulati nelle nostre vite passate ad esseri sensibili, che si tratti del dono del Dharma o di oggetti materiali, in ogni caso siamo provvisti dalla virtù che accompagna il dono gratuito.
     Esiste un principio buddhistico che vuole che, pur non appartenendoci in proprio le cose, quello non ci impede di dare gratuitamente. E non si deve disprezzare un dono per il suo scarso valore; anzi, il suo effetto deve essere reale. E' quando lasciamo la verità alla verità che giungiamo alla verità. E quando la raggiungiamo, è inevitabile che la verità segua ad essere lasciata alla verità. Quando si lasciano le possessioni essere non più che possessioni, si trasformano in doni. Noi ci diamo a noi stessi e diamo il mondo esteriore al mondo esteriore. Le influenze dirette ed indirette di questo dono si stendono lontano nel cielo al di sopra di noi e nel mondo degli umani, giungendo fino ai saggi ed al sacro che hanno fatto l'esperienza dell'effetto. La ragione di questo è che, diventando il donatore ed il ricevitorem il soggetto e l'oggetto del dono risultano interconnessi; è proprio per ciò che il Buddha dichiara: "Quando un donatore entra in un'assemblea, gli altri lo ammiranno sin dalla partenza. Ricordatevi, lo spirito di una tale persona viene capito in modo tacito" [4]. Ci tocca dare liberamente, fosse una sola parola od un solo versetto del Dharma, e così questo diventa un buon seme in questa vita e nelle altre. Noi dobbiamo dare liberamente anche un sol quattrino oppure un filo d'erba in elemosina, e così quello susciterà una buona radice in questa era o in altre. [5]

 
   Il Dharma può essere un tesoro, ed i doni materiali possono essere un dharma -- ciò dipende dalle speranze e dei piaceri. In verità, il dono di una barba può emendare lo spirito di una persona [6], e servire sabbia può otternervi il trono [7]. Quei donatori non bramano ricompense, ma condividono a seconda le possibilità loro. Fornire una barca o costruire un ponte sono un dono gratuito in accordo con la dâna-pâramitâ [8]. Quando si impara a donare bene, ricevere ed abbandonare il corpo sono tutte due dono gratuito. Gadagnarsi la vita e fare un lavoro produttivo non sono all'origine nient'altro che il dono gratuito. Lasciare i fiori al vento e gli ucelli al tempo [9] può anch'esso riverlarsi essere il comportamento meritorio del dono gratuito. Tanto i donatori quanto i ricevitori dovrebbero imparare a fondo la verità che certifica che la capacità del gran re Açoka a servire un mezzo mango [10] a centinaie di monaci è un servizio di offerte ampio e sublime [11].

    Non dobbiamo solo raccogliere le energie del nostro corpo ma anche essere attenti a non trascurare le  opportunità. Certo, è perché siamo già sin dall'origine attrezzati dalla virtù del dono gratuito che siamo ricevuti così come siamo adesso. Il Buddha dichiara: "E' possibile ricevere ed utilizzare [il dono] anche se l'oggetto è noi stessi, ed è quanto più facile dare ai genitori, alle spose ed ai figli". In altre parole, praticarlo è di persé una specie di dono gratuito, e darlo ai genitori, alle spose ed ai figli può anche essere un dono gratuito.

    Quando possiamo dare fosse un sol grano di polvere in dono gratuito, pur essendo la nostra propria azione, ci rallegreremo piano piano di essa, perché avremo già ricevuto la trasmissione autentica di una delle virtù dei buddha e perché, per la prima volta, praticheremo uno dei metodi di un bodhisattva.

    Ciò che è difficile da cambiare è lo stato mentale degli esseri sensibili.[12] Cominciando con un dono, cominciamo a cambiare lo stato mentale degli esseri sensibili, dopodiché facciamo il proposito di cambiarli fino a che giunghino alla verità. Sin dall'inizio  dobbiamo sempre adoperare il dono gratuito. E' perciò che la dâna-pâramitâ [13] è la prima delle sei pâramitâ. La grandezza o la grettezza della mente sono al di là di ogni misura, e la grandezza e la grettezza delle cose è anch'essa al di là di ogni misura; ci sono pero attimi nei quali lo spirito cambia le cose, e c'è un dono gratuito in cui le cose cambiano lo spirito.

[78]    "La parola amabile"[14] significa che, quando s'incontrano esseri sensibili, si avverte per primo la compassione per essi e gli si offrono parole gentili ed amabili. Grosso modo, è non essere rozzi né dire parolacce. Nella società secolare esiste il costume cortese di chiedere agli altri come vanno. Nel Buddhismo, c'è l'espressione "State attenti a voi"[15] anziche la salutazione del discepolo "Illuminatemi".[16]

    Esprimersi col sentimento di compassione per gli esseri come fossero bebé [17] è parola amabile. Dobbiamo fare l'elogio delle persone virtuose ed aver pietà di quelle a chi manca questa virtù. E' tramite il gusto per il linguaggio amabile che ci si allena gradualmente. Così la parola amabile che è abitualmente né riconosciuta né avvertita si manifesta davanti a noi. Finché esisteranno questo corpo e questa vita, dovremo approffitarci dalla parola amabile, per non regredire né sviare attraverso le nostre numerose età e vite. Sia vincendo avversari oppure promuovendo l'armonia tra la gente, la parola amabile è fondamentale. Sentirsi dire in faccia parole amabili rende il viso felice e lo spirito gioioso. Sentirlo indirettamente incide la sua impressione nel cuore[18] e la mente. Ricordatevi, la parola amabile proviene da una mente amante [19] ed il seme di una mente amante è la compassione. Ci tocca imparare che la parola amabile ha il poterre di rovesciare i cieli: non si tratta soltanto di fare l'elogio della capacità.

(seconda parte)
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Notes:

1- Shi-shobô, i quattro metodi delle relazioni sociali, oppure i quattro elementi della sociabilità, (dal sanscrito catvâri samgraha-vastûni), vengono menzionate e spiegate al capitolo 66 del Daichido-ron. Sono anche menzionate al capitolo Devadatta del Sûtra del Loto (SdL 2.208), anziche al capitolo 11 dell'edizione in 12 capitoli dello Shôbôgenzô, Ippyakuhachi-hômyômon." [ritorno]
2- Caratteri cinesi Fuse, per il sanscrito dâna.
[ritorno]
3- Dapprima da maestro Dôgen la spiegazione dei caratteri cinesi (FUSE), "dono gratuito", grazie ai caratteri cinesi (FUDON), "non essere avidi", che poi spiega colla parola giapponese scritta in caratteri sillabici musaboru, "bramare". Finalmente, spinge più in là la spiegazione adoperando un'altra parola popolare giapponese hetsurau che significa ottenere favori col leccare le scarpe, lusingando, ecc. [ritorno]
4- Qui maestro Dôgen da una parafrase giapponese di una frase del capitolo 24 del Zo-itsu-agon-gyô, quarto degli Agama sûtra. [ritorno]
5- Tradizionalmente, dâna si ripartisce tra amitsa-dâna (ZAISE), "i doni materiali" (dai laici buddhisti ai monaci), e dharma-dâna (HOSE) "il dono del Dharma" (dai monaci ai laici buddhisti).  E' a tale distinzione che allude maestro Dôgen. Si aggiunge a volte una terza categoria di dâna, abhaya-dâna (MUI-SE) "il dono di intrepidità". Vedi, ad esempio, il SdL 3.252.   [ritorno]
6- Allusione alla storia di un ufficiale alla corte dell'imperatore Taiso dei Tang (che regnò dal 627 al 649). Quando si ammalò e che gli si prescrisse una medicina a base di ceneri di barba, l'imperatore brucciò la sua e glie ne diede le ceneri. [ritorno]
7- Il Aiku-ô-kyô (Sûtra del re Açoka) racconta la storia di un bambino che stava giocando nella sabbia al momento in cui passò il   Buddha nel suo giro dell'elemosine. Il bambino mise un'offerta di sabbia nella ciottola del Buddha e, in merito a tale dono, diventò più tardi il re Açoka. [ritorno]
8- DANDO, DAN qui rappresentando foneticamente il sanscrito dâna. DO, letteralmente "attraversato" rappresenta il senso del sanscrito pâramitâ, letteralmente "andato al di là". [ritorno]
9- Lasciare ululare le civette di notte, cantare i galli alla mattina, ecc.. [ritorno]
10- ANRA, che rappresenta foneticamente il sanscrito âmra, mango. [ritorno]
11- Allusione ad una storia al capitolo 5 dell'Aiku-ô-kyô. Il re Açoka giunse a capo di un vasto impero in India, 218 anni dopo la morte del Buddha, e regnò dal 269 al 232 ante l'era nostra, convertendo numerosi popoli al Buddhismo. Egli fece affissare editti incisi nella lingua locale su di rupi e pilastri eretti specificamente in tutto l'impero suo. Convovò anche il Terzo Concilio a Patna nel 235 av. EN, concilio che aggiunse all'esistente Cannone gli abidharma (commenti), in più dei precetti (vinaya) e dei discorsi (sûtra)[ritorno]
12- Vedi: "Ciò che è senza costanza è la natura di Buddha. Ciò che è costante è la mente che divide tutti i dharma tra buoni e cattivi". (Maestro Daikan Eno, nel Sûtra della Piattaforma). [ritorno]
13- Le sei pâramitâ sono la dâna-pâramitâ, (il dono gratuito), la çîla-pâramitâ (l'osservanza dei precetti), la kshânti-pâramitâ (la patienza, la longanimità), la vîrya-pâramitâ (la diligenza), la dhyâna-pâramitâ (lo stato bilanciato di zazen) e la prajnâ-pâramitâ (la sagezza trascendente). [ritorno]
14- AIGO, letteralmente "amore-parole" rappresenta il sanscrit priya-âkhyâna[ritorno]
15- CHINCHO, letteralmente "stimatevi altamente". Questa espressione viene adoperata segnatamente al capitolo 30, Gyôji, parag. 251, dal maestro Fuyo Dokai alla fine della sua predica, al momento di prendere congedo[ritorno]
16- FUSHIN no KOKO ari, lett., "c'è l'atto di pietà filiale di 'questo non è del tutto chiaro'". L'espressione FUSHIN, "tutto non è del tutto chiaro" oppure "non capisco tutto in dettaglio", compare all'inizio della domanda di un discepolo al suo maestro in parecchi racconti dello Shôbôgenzô. Si veda, ad esempio, al capitolo 22, Bussho, parag. 89: "Mi chiedo..." Lo stesso maestro Dôgen adopera retoricamente questa espressione al capitolo 21, Kankin, parag. 188. E' una specie di formula cortese ed allo stesso momento un saluto dallo studente al maestro. [ritorno]
17- Citazione cinese non-identificata. [ritorno]
18- Kimo, lett. il fegato. [ritorno]
19- SHIN, kokoro, non significa soltanto "lo spirito", ma anche "il cuore". Infatti, il carattere cinese è sin dall'origine un pitogramma che rappresenta il cuore. In questa traduzione dello Shôbôgenzô, SHIN è quasi sempre stato reso con "cuore", ma il senso richiesto è quello dell'aspetto soggettivo dell'assieme dello stato umano, e non della sola coscienza intellettuale. [ritorno]

(Vai alla seconda parte)

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